|
22 ottobre 2015
HOCKEY GHIACCIO: LUGANO E FISCHER SI SEPARANO
BOCCIATO ALL’ESAME DI MATURITA’

<Foto Lory>







La notizia era nell’aria e, seppure giunta nel momento meno atteso, non
ha colto di sorpresa nessuno. Dopo le pesanti sconfitte rimediate a Zugo
e Davos, l’apprendistato di Patrick Fischer in qualità di allenatore
s’interrompe bruscamente, come indicato dal comunicato-stampa, inviato
questa mattina a tutte le redazioni e che riportiamo di seguito.
“L'Hockey Club Lugano comunica di aver sollevato dall'incarico con
effetto immediato l'head coach della prima squadra Patrick Fischer e il
suo assistente Peter Andersson.
Dopo l'approfondita analisi di quanto
mostrato dalla squadra dall'inizio della corrente stagione, la società
ritiene che non sussistano più i presupposti e la fiducia necessaria
perché l'attuale staff tecnico possa perseguire gli obiettivi della
politica sportiva del Club…L'HCL tiene in questa occasione a ringraziare
Patrick Fischer e Peter Andersson per la serietà e la professionalità
con cui hanno svolto il loro lavoro dalla primavera del 2013 ad oggi e
augura loro le migliori soddisfazioni per il futuro.”
L’avventura di Fischer sulla panchina del Lugano era iniziata, quasi per
caso, due stagioni or sono, quando la dirigenza bianconera aveva
intravvisto nella persona del 40.ne ex-giocatore, alle sue dipendenze
nel settore tecnico giovanile, le potenzialità ed i requisiti richiesti
per porre le basi di un progetto, in grado di ricreare attorno alla
famiglia bianconera l’entusiasmo sopito degli ultimi anni. Ad immagine e
somiglianza dei tirocini di tutte le professioni, il “periodo di prova”
non era iniziato nel migliore dei modi e, per un certo periodo, si era
temuto che l’esperienza potesse fallire. L’avvio, non certo
incoraggiante, dell’avventura del nuovo tecnico sulla panchina del
Lugano, sembrava una scommessa persa in partenza, ma la dirigenza
confermava la propria piena fiducia nel suo nuovo tecnico, libero di
completare il primo anno di formazione con discreto successo. La
qualificazione ai playoffs, dimostrarono che il giovanotto di Zugo aveva
tutti i requisiti per accedere al secondo anno, durante il quale era
capace di far crescere notevolmente il livello agonistico della propria
compagine, con scelte oculate sul mercato. Poteva essere la stagione
della consacrazione, con uno dei primi obiettivi del progetto della
dirigenza realizzato: il pubblico aveva ritrovato il piacere di andare
alla Resega a seguire le partite. La stagione regolare si chiudeva in
gloria, con il terzo posto in graduatoria, i promettenti successi contro
Berna e Zurigo e Fredrick Pettersson capo cannoniere della Lega. I
titoli di coda, però, non portarono ad un “happy end”, con la clamorosa
eliminazione ai quarti, nonostante il vantaggio casalingo, con il
Ginevra, per la seconda volta consecutiva. La delusione forgia il
carattere delle persone e, Fischer, dopo il periodo di riflessione
estivo, pareva aver metabolizzato gli effetti della delusione. Tornato a
lavorare sodo ed ottenuto carta bianca dalla dirigenza, per la campagna
di rafforzamento della squadra, si preparava agli esami di maturità
della terza stagione, fermo nelle proprie convinzioni, destinate a
trasformarsi in trappola letale. L’apprendista allenatore, come spesso
accade in simili frangenti, non dava peso al più classico degli errori,
che non si devono commettere in un periodo di apprendimento e, quando le
convinzioni personali fanno rima con la presunzione, il passo verso
l’insuccesso non è molto lontano. Purtroppo per lui, non sempre, la
miglior difesa è l’attacco. In questo inizio di stagione tribolato, gli
attaccanti con le polveri bagnate mettevano in luce le pecche (non solo
anagrafiche) di una retroguardia fragile sul piano mentale, prima ancora
che tecnico. I risultati negativi, influivano sulla fiducia e
sull’autostima di certi giocatori, evidenziando, se ancora ve ne fosse
il bisogno, che nello sport non ci si improvvisa allenatori dalla sera
alla mattina, senza prima aver fatto per qualche anno la gavetta a
riflettori spenti. A malincuore, la stessa dirigenza che su di lui aveva
puntato per il rilancio, deve oggi ammettere di aver perso la scommessa
e tornare a rimboccarsi le maniche, consapevole che per la nuova (ri)costruzione
occorrerà parecchio tempo e molta, moltissima, pazienza.
|
|